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Archive for the ‘Racconti’ Category

Piccolo giardino

Rivedendo la mia casa, anche se di vecchia costruzione, non antica, costruita intorno agli anni sessanta, mi sembra meravigliosa, col suo piccolo giardino intorno, come la cornice di un quadro d’autore.
Mi sedetti nella veranda che affacciava su una parte del giardino, dandomi il piacere dei suoi aspetti e profumi. C’erano diverse farfalle che volteggiavano e anche insetti solerti tra i fiori. Erano da immortalare!
I gerani come orgogliosi aprivano la loro varietà di colori, e alcune dalie e anche le belle strelitzie con le sue grandi foglie picciolate e la loro particolare infiorescenza a spata, mentre avvinta ad un vigneto c’è sempre stato un rampicante di rosa comune, che cresce a mazzetti rossi come il sangue, qualche calla e piante aromatiche più in giù. Mia madre amava decisamente le piante.
Altri fiori abbellivano i loro balconi del palazzo che avevo di fianco.
Mi circondavano i colori che avrebbero annunciato il cambiamento, dall’inverno grigio e assolutamente più smorto, dal riavvio incessante fino al compimento della natura, fino allo sbocciare dei semi, fino all’apertura dei boccioli.
Regalava anche a me un movimento di stagione?
Al dunque, ogni stagione ritrova la sua bellezza, ma il risveglio, l’apertura alare della vita miracolosa e stupefacente appartiene soltanto al tempo della primavera. Come dargli torto?
Dove l’arbusto dormiente invoca il suo risveglio, così come una pianta, mi sentivo essere richiamata alla vita. Non potevo sottrarmi agli eventi. Non potevo che schiudermi ed ascoltare quel vivo sentire, come un tumulto che spinge ignaro dalla tua vita, succinta di forza furente dava un segno, uno scalpiccio, non potevo divellermi da tutto questo.

Dal romanzo: Ritornare a vivere

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Cara mamma

Cara mamma,
hai dato un po’ di vita a tutti, mentre pian piano si spegneva la tua!
Qualsiasi sia l’età in cui viene a mancare la figura della madre, rimane un vuoto smisurato, indefinito, che per quanto riempia con i ricordi chi ha amato tanto e veramente, non riesce a colmare quello spazio, non riesce a trovare l’eguale bellezza che ti riempie il cuore, che ti fa sentire protetto, non c’è eguale fortuna.
Non c’era null’altro delle tue generose e calorose parole, con i tuoi saggi suggerimenti dettati da amorevole cura,  dall’esperienza vissuta di una non facile vita. Tu lo sapevi. Capivi quando bisognava trattare e quando tacere, nella furia di un litigio o di un’incomprensione, il “Silenzio – mi dicevi – è d’oro”.
Ti seguivamo certi, anche se non capivamo le “gesta” giacché troppo piccoli e non vissuti, ma eravamo sicuri che fossi nel giusto e che ne sapessi più di noi. Era così bello rifugiarsi come pulcini sotto le tue ali. Cosa chiedere di più?
Quando avevamo un problema, tu, con poderosa calma, apparecchiavi la tavola con i tuoi profumi e aggiungevi: “Non ci pensare gioia mia, mangia”.
Non avevamo bisogno d’altro che tenerci lo sguardo alto nei nostri cuori e la speranza entrava scacciando i brutti pensieri, anche con una passeggiata ed un gelato, con quattro risate tutto si lavava accanto a te, ma da quando sei andata via… com’è pesante prendere posizioni!
Con te era tutto più facile, mentre adesso, noi con le nostre elucubrazioni mentali, rendiamo il semplice impervio.  Non riusciamo a elevarci sulle discussioni con la tua saggezza: “ Non bisogna dare alito al fuoco, bisogna invece che le acque s’acchetano da sole, perché dopo la pioggia, prima o poi, spunta l’arcobaleno… a volte lasciar correre è la miglior tattica per vivere sereni”.
Ma te ne sei andata così presto…
Hai dato tutto il tuo amore che nei nostri cuori vivrà per sempre. Anche se, sono certa, nessuno di noi è capace di quell’universo generoso, così altruista, tanto che il suo cuore ancora batte… batte forte in noi.

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Il gioco del “pa”

Mi sembra un tempo tanto lontano, ma le immagini sono ancora vive: mi rivedo quando nel primo pomeriggio mi capitava spesso di andare in fondo al vicolo dove abitavo. L’aria era impregnata dal profumo intenso di un gelsomino messo in un basso balcone, cadeva fino quasi toccare la strada, subito dopo, c’è tutt’oggi, una palma da dattero sempre verde e bella, posta in un anticaglia d’aiuola. Pochi metri ed arrivavo al muretto, dove i ragazzi del borgo s’incontravano a giocare… per loro era un rito.
Noi ragazzine ci abbellivamo cercando di attirarli. Io poi ero la più eccentrica perché c’era un ragazzo che mi piaceva.
Con una scusa banale mi avvicinavo, ma loro erano troppo intenti a fare i loro giochi da ragazzi, mentre i giochi femminili erano altri e potevamo solo guardare i loro visi divertiti, tra questi quelli dei miei fratelli. Vedevo far volare quei mazzetti di figurine di calciatori “tutte d’un fiato”.
Giocavano quelle figurine come se fossero le cose più preziose che avevano, ed  erano così presi ogni giorno dalle loro sfide.
Era un gioco con diverse versioni , a “pa”, a “spizzica”, a “ciuscia” ed altri ancora.
Ma sempre con un botto, che fosse fatto con la mano o con un soffio di bocca! A “pa” era quando si mettevano le figurine, che chiamavano “cartelle” in una piano liscio rivolte in giù “a faccia sutta” per poi soffiarci sotto nella parte più larga della figurina. Si faceva una sorta di pieghetta dal lato opposto da dove si soffiava e con un colpo di “pa!”, fatto con la bocca, si cercava di farle voltare.
A “spizzica”, invece, si mettevano le cartelle sul muretto facendole uscire mezzo centimetro fuori dal bordo del muro e con il pollice si dovevano farle girare sempre a faccia in giù “ a faccia sutta”. Invece “a ciuscia”, cioè a soffiare, si dovevano mettere le figurine in un punto chiamato “a elle”, cioè messe appoggiate tra un muro e la strada o comunque un piano, in modo che il soffio li faceva girare in senso antiorario e le cartelle sempre messe “a faccia sutta”. Tutte quelle che si giravano o con l’aria mossa dal soffio o dalla mano erano di chi riusciva a farlo!
Poteva essere una come tutte, c’era solo una regola da seguire, nel caso non si voltavano rimanendo sospesi in diagonale tra la base e il muro, si faceva lo “stunno”, cioè si poteva riprovare, rifacendo il tocco a chi giocava di nuovo per primo.
Comunque a conti fatti, ogni cartella aveva un suo valore: lo scudetto di serie A valeva cinquanta punti, di serie B trenta, e venti di serie C, mentre le squadre ne valevano dieci, i giocatori, solo il valore di una cartella.
Poi infine vedevi qualcuno andarsene piangendo, mentre il buffone sfoggiava il suo trionfo. Io me ne andavo dicendo, ma come si divertono per così poco!
Qualcuno conserva ed assapora ancora quei giochi perché continuano a divertire i ragazzini a dispetto dei ragazzi di oggi,  dell’elettronica e del moderno, sopravvivono gli antichi giochi, riportando a noi, ormai adulti, la memoria di quei giorni in cui c’era più allegria, nonostante la miseria e ci s’incontrava di più ed eravamo i padroni delle strade.

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Bianca chioma

Amo te, con la tua magrezza… e le tue mani lavorate di fresco. Appare la bianca chioma, lo sguardo forte, e pur fragile, cercano i miei occhi che mai ti hanno abbandonato… spicca la tua stagione con la sua saggezza, dove io vado e mi nutro quando ho bisogno, a volte anche dalla durezza delle tue parole.
Sei la sede della mia vita: è come perdersi in un bosco, eppure ritrovo sempre la strada del ritorno perché ormai la riconosco,  l’attraverso e la rispetto.
Si scorge… la bianca chioma, che io amo!

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Vecchio vestito

Ti ho ritrovato vecchio vestito che indossava l’amore, c’è ancora il profumo di viole e l’odore del muschio! Oggi sono leggeri ricordi che mi accarezzano l’animo. Quei giorni sono tornati per rivivere un attimo quei momenti senza rimpianto, perché io accetto il tempo che fugge e non mi rifugio in esso, mi piace vivere l’età di adesso, ma quel vestito che toglieva il tuo respiro e il mio: non lo scorderò mai. L’amore profuma di viole e di muschio, anche se i fiori non ci sono più!

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C’è tanto da imparare nella vita, per questo, sto correndo a più non posso:  attraverso le cose, attraverso la mente. Ho bisogno di affrettarmi, un capitolo ne segue un altro: il libro della vita.
Mi ritrovo a metà strada, forse di meno, chissà.
E nello svolgere le mie azioni, traduco quelle degli altri e, attraverso gli altri, le mie. Uno scambio reciproco, anche se l’abisso ci attraversa.
Ognuno  possiede i suoi limiti e non c’è rimprovero alcuno; ognuno segue le pagine del  suo libro.
Le strade sono molteplici ed è difficile captare quella esatta, ma come si fa a riconoscere il buono di una cosa se non né capisci il negativo. Per questo è  giusto sbagliare, è giusto provare forti emozioni, sbattere violentemente per  conquistarsi quel gusto che ti rimane impresso per tutta la vita.
L’importante è sapersi alzare o se necessario, farsi aiutare, se questo ti è impedito,farsi spiegare, se questo ti è consentito.
Spremi il limone e bevi il succo, rompi qualcosa è i cocci sono i tuoi. Di quel che fai nessuno è responsabile, se non tu stesso. È mentre passi le tue giornate a maturare, ti guardi allo specchio e rifletti su ciò che è passato sotto i tuoi occhi. Le linee del tuo viso ti avvertono che ora è tempo di muoverti in maniera più rapida e consapevole, adesso che i tuoi passi sono più saldi e la vita ti fa meno paura.
Una nuova vita nasceva in me, non era come cambiarsi d’aspetto con un vestito nuovo e capelli tinti, non era il look.
La mia trasformazione nasceva da dentro. Come un vulcano spento da anni, ora sputava lapilli e lava distruggendo tutto, così io sputavo sugli schemi che da anni mi ero prefissata di seguire, ora andavo dicendo agli altri di spostare il loro centro per rivedere le cose in una prospettiva migliore di quella che avevano creduto fino allora. Ma poi ho capito che non si può spiegare esattamente ciò che ognuno deve capire con la propria vita, con la propria sofferenza e a volte non basta neppure questo. In ogni caso ognuno deve seguire il proprio destino.
Quel giorno, era un pomeriggio, non soltanto triste; ed era sconfortante sentirsi così soli, così persi. Immersa nel mio sacrificio, imploravo aiuto.  Non riuscivo a chiudere una storia già finita, e non era soltanto questo quel che non andava. La disperazione aumentava – mi prese sempre più – e i pensieri restavano muti ad ogni mia richiesta.
Non c’era dunque nulla da fare? Dentro di me scoppiava la certezza infame di un semplice: no!
Restai ferma, sdraiata sul mio letto, mentre le lacrime scendevano più vive che mai, bagnando e offuscando ogni cosa. Poi il dolore tacque ero arrivata.
Quel vuoto che delineava sempre più il mio essere, si faceva più profondo, scomparve del tutto, annullai lì la mia mente. L’annullai a tal punto che finì col sentire delle voci in quel silenzio: era la mia anima – la mia coscienza.
Ebbi paura, sentì come un fluido che m’invadeva. Una pace s’impadronì del mio essere ed una forza inconsueta mi attraversò il corpo, ma mi sentì felice.
Credetti di essere impazzita o che era giunta la mia ora, ancora non capivo, furono istanti, pochi eterni istanti che trasformarono per sempre la mia vita: adesso sentivo l’amore!

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Quando all’improvviso qualcosa cambia rotta, cambia strategia – ti fa cambiare rotta – cambia il valore della vita, della tua vita …un universo che divide te e l’ambiente circostante, catapultata in una realtà alquanto disorientata che disorientante e l’equilibrio che fino a quel momento possedevi, ti fa vacillare, perdi il controllo ed è difficile mettere quel qualcosa che lega il tuo mondo, dove nessuno ci può entrare se non si è consimili, ed il mondo degli altri. Allora ci metti più enfasi affinché questa linea sottile, che pur non ci unisce, possa in qualche modo far parte dello stesso mondo!
Quando tutto questo accade, come nel ciel sereno che un fulmine l’attraversa, luminoso e per natura spettacolarmente pericoloso, nel bel mezzo del tuo giardino, della tua vita, ti prende e ti tramortisce, colpito dalla sua grande furia, inaspettatamente come un ospite sconosciuto e inimmaginabilmente temuto. Dopo il colpo e la fredda realtà, solo due cose ti restano da fare: o affrontare il cataclisma che si è abbattuto contro di te, dandogli un altro significato, o lasciare che ti annulli del tutto. O ti rafforza o ti annienta, non ci sono altre vie d’uscita, ed è questo ciò che ho fatto, con caparbietà, contro ogni logica, per i miei parametri e per quelli concessi all’uomo, ciò che si credeva non si potesse fare con ostinazione per la sua meritevole riuscita.
Certo, molte volte, ho affrontato la cosa, e pure adesso lo faccio: con molta rabbia; non dico eresie, niente è semplice di fronte a questo problema, ma so che c’è di peggio, so che oggi non ci vedo più bene, e insisto, come fosse una cosa normale: a voler usare gli occhi e parte del cuore…Ci metto l’amore per arrivare in cima alle cose ed è attraverso la forza dell’anima che mi si propone quest’alternativa di poter sconfiggere gli handicap, con astuzia e perseveranza, chiedendo anche aiuto agli altri, perché no, ma si sa che in definitiva c’è la devi fare da sola, ed allora ho rimboccato le maniche, come si dice, e non mi sono fermata più. La lotta per la lotta, con l’amore cerco l’amore nelle persone che sanno offrire questo coraggio e questa voglia di partecipare, eppur di esserci, senza che nessuno pensi che non sia facile, ed è giusto così! Non è molto, ma anche attraverso le mie righe camminano i miei sogni di reale fantasia, dove si può toccare la certezza di contare ancora molto, di poter dare ancora qualcosa pure se breve, anche se dura la nota di una poesia.

 

Catapultata in un’altra realtà

 

Quando all’improvviso qualcosa cambia rotta, cambia strategia – ti fa cambiare rotta – cambia il valore della vita, della tua vita …un universo che divide te e l’ambiente circostante, catapultata in una realtà alquanto disorientata che disorientante e l’equilibrio che fino a quel momento possedevi, ti fa vacillare, perdi il controllo ed è difficile mettere quel qualcosa che lega il tuo mondo, dove nessuno ci può entrare se non si è consimili, ed il mondo degli altri. Allora ci metti più enfasi affinché questa linea sottile, che pur non ci unisce, possa in qualche modo far parte dello stesso mondo!

Quando tutto questo accade, come nel ciel sereno che un fulmine l’attraversa, luminoso e per natura spettacolarmente pericoloso, nel bel mezzo del tuo giardino, della tua vita, ti prende e ti tramortisce, colpito dalla sua grande furia, inaspettatamente come un ospite sconosciuto e inimmaginabilmente temuto. Dopo il colpo e la fredda realtà, solo due cose ti restano da fare: o affrontare il cataclisma che si è abbattuto contro di te, dandogli un altro significato, o lasciare che ti annulli del tutto. O ti rafforza o ti annienta, non ci sono altre vie d’uscita, ed è questo ciò che ho fatto, con caparbietà, contro ogni logica, per i miei parametri e per quelli concessi all’uomo, ciò che si credeva non si potesse fare con ostinazione per la sua meritevole riuscita.

Certo, molte volte, ho affrontato la cosa, e pure adesso lo faccio: con molta rabbia; non dico eresie, niente è semplice di fronte a questo problema, ma so che c’è di peggio, so che oggi non ci vedo più bene, e insisto, come fosse una cosa normale: a voler usare gli occhi e parte del cuore…Ci metto l’amore per arrivare in cima alle cose ed è attraverso la forza dell’anima che mi si propone quest’alternativa di poter sconfiggere gli handicap, con astuzia e perseveranza, chiedendo anche aiuto agli altri, perché no, ma si sa che in definitiva c’è la devi fare da sola, ed allora ho rimboccato le maniche, come si dice, e non mi sono fermata più. La lotta per la lotta, con l’amore cerco l’amore nelle persone che sanno offrire questo coraggio e questa voglia di partecipare, eppur di esserci, senza che nessuno pensi che non sia facile, ed è giusto così! Non è molto, ma anche attraverso le mie righe camminano i miei sogni di reale fantasia, dove si può toccare la certezza di contare ancora molto, di poter dare ancora qualcosa pure se breve, anche se dura la nota di una poesia.

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